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Tibet e Xinjiang: basta silenzio!

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Volt Italia

0 Views • Jul 05, 2026

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Il quartier generale dell’ONU esiste per garantire che nessun popolo debba arrivare a gesti estremi per essere ascoltato. Eppure è proprio lì, sotto le bandiere di tutte le nazioni, che un uomo ha scelto di morire per farsi sentire.

Non è un caso isolato: dal 2009 sono oltre 170 i tibetani che si sono dati fuoco, un dato che racconta il fallimento sistematico dei canali diplomatici ordinari, non solo la disperazione individuale.

La repressione cinese, del resto, non si ferma ai confini nazionali: dalle stazioni di polizia non ufficiali scoperte in diverse città europee alla sorveglianza della diaspora, Pechino ha dimostrato di saper esportare il controllo tanto quanto le proprie merci.

È la cosiddetta repressione transnazionale, un fenomeno che organizzazioni come Safeguard Defenders monitorano da anni e che rende la questione tibetana e uigura un problema di sicurezza per l’Europa, non solo di diritti umani altrui.

La nuova legge sull’unità etnica infatti rafforza un sistema che reprime identità, libertà e dissenso anche oltre i confini cinesi. Per questo l’Unione europea non può limitarsi alle dichiarazioni di principio: deve proteggere le comunità tibetane e uigure presenti sul proprio territorio, chiedere libero accesso al Tibet e allo Xinjiang per osservatori indipendenti e fare del rispetto dei diritti umani una condizione concreta dei rapporti con Pechino.

Perché difendere queste comunità significa tutelare anche la libertà e la sicurezza di chi vive oggi in Europa.

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