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Sergio Bissoli - Comignoli
S
SuonamiUnaPoesia
10 views • Aug 25, 2013
Description
Circa alle due di notte la festa a casa dell’amico Rinus sta per finire e Barbara mi chiede di accompagnarla a casa. Mi infilo il cappotto e prendo la ragazza per mano.
Quando usciamo fuori rimango stupito. É una notte di febbraio. Una luna piccola e bianchissima rischiara la campagna irrigidita dal gelo. La festa calda e rumorosa che abbiamo lasciato dietro di noi sembra un evento lontano.
La campagna sotto la luna è statica, inanimata, come vetrificata nella morsa dell’inverno. Cautamente muoviamo i primi passi sulla strada bianca.
“Ti sei divertito alla festa? Anche mia nonna fa festa la notte del plenilunio...” sussurra Barbara sottovoce e il suo respiro si condensa in vapore davanti alla bocca.
Restando uniti camminiamo piano nella campagna lucente e silenziosa dove anche il tempo è rallentato. A questa ora della notte sembra di trovarsi in un mondo irreale. Le pozzanghere sono specchi di ghiaccio. Sento il corpo di Barbara appoggiato al mio e mi sembra di muovermi dentro un sogno. Forse è l’alcool che ho bevuto a farmi questo effetto.
Dopo un ponticello sul fiume la stradina costeggia una distesa di meli appena potati.
Sotto la luna i tronchi bassi dei meli sono neri e contorti. I rami sono scheletrici, minacciosi, con punte, gomiti, corna...
Sento Barbara che si stringe di più a me. Ha il corpo soffice e caldo e mormora:
“Tienimi vicino. Ho paura... Di notte, mia nonna vede persone che si rincorrono tra i meli...”
Procediamo ancora. Nel silenzio si sente solo il rumore cadenzato dei nostri passi.
Finalmente arriviamo in vista delle prime case del villaggio. Sagome di ombre nere e inclinate sormontate dai comignoli. I comignoli sono immobili e sembrano in agguato. Hanno forme bizzarre, coniche, storte, appuntite...
Ancora la voce emozionata di Barbara che sussurra vicino a me:
“Sento freddo. Nelle notti come questa mia nonna vede persone che escono dai camini...”
Arrivati sotto l’ombra di una casa, ci fermiamo davanti a una porta. Barbara infila la chiave. Gli scatti della serratura sono come colpi di martello. Quando la porta è aperta lei si volta verso di me:
“Beh. Ciao” dice. Mi dà un bacino sulla guancia e si ritira dentro.
Io mi incammino verso casa mia ma dopo pochi passi sento la porta che si riapre e la voce di Barbara che chiama piano:
“Aspetta. Volevo chiederti...”
Mi volto e resto in attesa. La voce di lei riprende ancora più bassa e impaurita:
“... No. Nulla. Un’altra volta... forse...”
E richiude definitivamente la porta.
SETTEMBRE 1993
Quando usciamo fuori rimango stupito. É una notte di febbraio. Una luna piccola e bianchissima rischiara la campagna irrigidita dal gelo. La festa calda e rumorosa che abbiamo lasciato dietro di noi sembra un evento lontano.
La campagna sotto la luna è statica, inanimata, come vetrificata nella morsa dell’inverno. Cautamente muoviamo i primi passi sulla strada bianca.
“Ti sei divertito alla festa? Anche mia nonna fa festa la notte del plenilunio...” sussurra Barbara sottovoce e il suo respiro si condensa in vapore davanti alla bocca.
Restando uniti camminiamo piano nella campagna lucente e silenziosa dove anche il tempo è rallentato. A questa ora della notte sembra di trovarsi in un mondo irreale. Le pozzanghere sono specchi di ghiaccio. Sento il corpo di Barbara appoggiato al mio e mi sembra di muovermi dentro un sogno. Forse è l’alcool che ho bevuto a farmi questo effetto.
Dopo un ponticello sul fiume la stradina costeggia una distesa di meli appena potati.
Sotto la luna i tronchi bassi dei meli sono neri e contorti. I rami sono scheletrici, minacciosi, con punte, gomiti, corna...
Sento Barbara che si stringe di più a me. Ha il corpo soffice e caldo e mormora:
“Tienimi vicino. Ho paura... Di notte, mia nonna vede persone che si rincorrono tra i meli...”
Procediamo ancora. Nel silenzio si sente solo il rumore cadenzato dei nostri passi.
Finalmente arriviamo in vista delle prime case del villaggio. Sagome di ombre nere e inclinate sormontate dai comignoli. I comignoli sono immobili e sembrano in agguato. Hanno forme bizzarre, coniche, storte, appuntite...
Ancora la voce emozionata di Barbara che sussurra vicino a me:
“Sento freddo. Nelle notti come questa mia nonna vede persone che escono dai camini...”
Arrivati sotto l’ombra di una casa, ci fermiamo davanti a una porta. Barbara infila la chiave. Gli scatti della serratura sono come colpi di martello. Quando la porta è aperta lei si volta verso di me:
“Beh. Ciao” dice. Mi dà un bacino sulla guancia e si ritira dentro.
Io mi incammino verso casa mia ma dopo pochi passi sento la porta che si riapre e la voce di Barbara che chiama piano:
“Aspetta. Volevo chiederti...”
Mi volto e resto in attesa. La voce di lei riprende ancora più bassa e impaurita:
“... No. Nulla. Un’altra volta... forse...”
E richiude definitivamente la porta.
SETTEMBRE 1993
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